Il dubbio che vi è venuto è legittimo poiché tendiamo a pronunciare il gruppo di parole con la p intensa. Ma qual è la grafia corretta? Si scrive apparte o a parte? Questa p intensa va mantenuta nello scritto oppure no? Ve lo spieghiamo proprio nell’approfondimento che segue, e sappiate che, una volta compresa la risposta, riuscirete a fugare molti altri dubbi: a posto o apposto? a posta o apposta? Le domande simili sono tante, la risposta è unica. E porta il nome di raddoppiamento fonosintattico. Veniamo al dunque.
Cos’è il raddoppiamento fonosintattico?
Dopo certe parole, come a, alcune parole rafforzano la propria iniziale. Provate a pronunciare a casa, a domani, a domenica, oppure là dove, là sopra, ecc. Vedrete che l’iniziale della seconda parola avrà un suono intenso e che la pronuncerete come a k’kasa, a ddo’mani, a ddo’menica, là d’dove, là s’sopra. Avviene proprio un raddoppiamento, definito fonosintattico poiché coinvolge tanto la fonetica (cioè i suoni) quanto la sintassi (vale a dire i gruppi di parole e frasi).
Finora abbiamo parlato soprattutto di pronuncia ma il dubbio di oggi riguarda anche e soprattutto la grafia. Quest’ultima assorbe solo con il tempo i cambiamenti avvenuti nel parlato. Facciamo proprio l’esempio di là dove: in genere pronunciamo questa locuzione congiuntiva raddoppiando il suono d, quindi dicendo là d’dove. La forma laddove non è però entrata subito nello scritto, e solo nel corso del tempo si è affermata accanto a là dove. Oggi dunque possiamo scrivere tanto là dove quanto laddove sapendo che la seconda forma, univerbata, si è imposta in un secondo momento.
Si scrive apparte o a parte? Perché?
Il discorso riguarda anche a parte. In questo caso la preposizione a causa il raddoppiamento fonosintattico e porta i parlanti a pronunciare a parte come a p’parte, quindi con p intensa. Il dubbio è dunque legittimo: si scrive apparte o a parte gli scherzi, a parte o apparte tutto? Come comportarsi in casi del genere? Non siamo ancora arrivati a considerare la grafia apparte come corretta, quindi l’unica forma ammissibile è a parte, non univerbata.
Quando sarà accettata tale forma? Chissà; né è detto che lo sarà. Ciò perché l’affermazione di una grafia piuttosto che di un’altra dipende da numerosi fattori, in particolar mondo dalla reazione della comunità linguistica: se apparte continuerà ad essere considerata inaccettabile non potrà mai affermarsi anche nello scritto. Pensiamo alla locuzione piuttosto che: in questi ultimi anni sta dilagando l’uso con valore disgiuntivo, cioè come se fosse la congiunzione o. Ebbene tale uso si è affermato solo perché, probabilmente influenzata dal Settentrione, la comunità linguistica lo ha percepito come possibile e corretto, nonostante le reazioni (legittime) degli esperti e gli inviti a evitarlo.
Le parole che causano il raddoppiamento fonosintattico: la casistica
Per chi volesse approfondire il raddoppiamento fonosintattico, sappiate che la casistica è ampia poiché sono molte le parole che intensificano il suono successivo, come si può osservare nello schema seguente.
- Parole tronche, cioè accentate sull’ultima sillaba (farà caldo? > farà c’caldo?, varrà davvero > varrà ddav’vero?, ecc.);
- Monosillabi accentati (lì sopra > lì s’sopra, è tuo! > è t’tuo!, ecc.);
- Alcuni monosillabi non accentati come a (a casa > a k’kasa, a te > a t’te, ecc.);
- Parole come, dove, sopra e qualche: come te > come t’te, qualche via > qualche v’via, ecc.
Dove si verifica il raddoppiamento fonosintattico?
Qualcuno non si ritrova con questa pronuncia? Può essere: il raddoppiamento fonosintattico è infatti caratteristico, pur con modalità differenti, dell’italiano standard e di molte varietà dell’italiano meridionale. Non si tratta invece di un fenomeno tipico dell’italiano settentrionale. Se la vostra pronuncia differisce da quella proposta negli esempi il motivo è chiaro: nella vostra area linguistica il raddoppiamento fonosintattico segue regole diverse o può essere del tutto assente.
Le cause del raddoppiamento fonosintattico: dal latino all’italiano
Ultima curiosità: perché alcune parole producono il raddoppiamento fonosintattico e altre no? Dipende dalla storia della lingua italiana. In latino molte parole terminavano con una consonante che nel tempo è andata perduta. Prendiamo ad esempio proprio la preposizione a, che in origine era AD. Se osserviamo il sintagma AD VOS ‘a voi’ notiamo che la D finale, come accaduto per molte altre consonanti finali, è stata progressivamente assorbita dal suono iniziale della parola successiva, quindi da V di VOS. Questo processo si chiama assimilazione. Il suono iniziale della seconda parola, V, si è quindi rafforzato: da qui si è sviluppato il fenomeno che oggi chiamiamo raddoppiamento fonosintattico.
Per questo motivo AD VOS è pronunciato come a v’voi anche se si scrive a voi; lo stesso accade con ET VOS ‘e voi’: il suono T di ET è stato assorbito dal suono V di VOS, che si è rinforzato; di qui la pronuncia e v’voi. In sostanza la consonante finale è scomparsa dalla scrittura ma ha lasciato traccia nel suono, che continua a sopravvivere nella consonante successiva, ora pronunciata in modo intenso. Come dicevamo, è successo lo stesso in molti altri casi: pensate ai dubbi che si hanno su a posto. E gli esempi sono davvero moltissimi. Apparte A parte questo excursus storico, avete fugato i vostri dubbi?